Zona Gialla in Lombardia: la Tobagi scende in campo

La zona gialla in Lombardia si è fatta sentire, da subito. Si è fatta sentire a Milano, con le vie dello shopping che scoppiavano di giorno e quelle della movida che scoppiavano di notte, ben oltre i limiti del coprifuoco. Ma la zona gialla si è fatta sentire anche a Sesto, nel polo di Mediazione Linguistica della Statale. Non solo col ritorno degli studenti, non solo coi pranzi sui tavolini e non solo con qualche aperitivo.

Mercoledì scorso è andato in scena il primo incontro triangolare di calcetto tra gli allievi della Walter Tobagi. Una fatica non da poco, considerando che lo sport è vietato da più di sei mesi. E la mancanza di allenamento sì è fatta sentire.

 

Immaginate 15 ventenni che corrono su e giù per il campo accasciarsi sull’erba sintetica, esausti, dopo 10 minuti. Immaginateli lumacheggiare sulla fascia, fermarsi a bordo campo per cercare di riprendere fiato, come nonnini sessantenni, che fumano nazionali d’esportazione, rigorosamente senza filtro dalle elementari. Immaginateli, poi, tentare di coordinarsi, impostare tiri, evitare scontri con successi alterni. Immaginate che l’unico uomo a terra, a fine incontro, è l’unica donna scesa in campo. Segno evidente che, nonostante le nuove generazioni siano sempre più sensibili alle questioni di genere, soprattutto nella scelta del linguaggio, nei fatti resta ancora molto da fare.

E infine immaginate il sottoscritto, che passati i trenta mai si sognerebbe di scendere in campo dopo mesi di inattività, senza fare stretching, peraltro. Immaginatelo conversare con le sue ginocchia scricchiolanti e grate, mentre cerca di comprendere le regole di un gioco che ormai non ricorda più e che in fondo non ha mai amato. Immaginatelo, però, farsi trascinare dall’entusiasmo altrui e quindi partecipare a modo suo: seguendo dalla sua sala stampa, privata e immaginaria, prendendo appunti e stilando le pagelle che seguono:

Spaccini SPA, “I BianchI” (1-2-1)

Di Sauro, A., 7, Sciorina tutta la personalità tra i pali, concedendosi più di un rischio.

Spaccini, E., 7.5, Se sta davanti fa gol. Se sta dietro, copre con efficacia e fornisce assist al bacio per Gozzo. Il migliore della sua squadra. Poliedrico.

Lettere, I., 6.5, “Gennaro Ivano” Lettere. Il più ruvido dei mediani, ci mette grinta e fisicità per una prestazione di sostanza.

Finetti, S., 6.5, Molte buone giocate in avvio di torneo, appare un po’ in calo verso la fine.

Gozzo, F., 7.5, Parte dietro, ma si esprime meglio come punta. Il gol su calcio d’angolo ricorda Roberto Carlos.

SamuFC . “I Colorati” (1-2-1)

Casini, F., 6.5, senza dubbio è più a suo agio tra i pali. Da difensore si diletta in lanci “alla Bonucci” molto interessanti.

Camera, M, 7, Uno dei grandi attesi, alterna periodi di buio a giocate champagne. Ma l’istinto allo spettacolo non gli fa mancare il gol.

Fabbri, R., 7, Parte in stato di grazia con una rovesciata da figurine panini. Poi amministra a dovere il suo lavoro a centrocampo e in porta.

Damilano, S. 8, La posizione da ala-tuttocampista gli si addice molto. Tanto pericoloso sui lati, quanto rapace sottoporta.

Cesarei, S. 7, Avrebbe voluto dare di più. Ma si sbatte e ha sempre i difensori addosso. Perché lo temono e lui si rende pericoloso dalla distanza.

LuciaTeam, “I Neri” (2-1-1)

Errico Verzé, F., 7,5, Qualche sbavatura non incrina una prestazione maiuscola. Senso della posizione eccellente.

Mura, B. 9, Un’ira di dio della fascia. Corre, si smarca, brucia i difensori. Senza di lei LuciaTeam ha tremato. Molto. Forza Benny! (9’ sp Rampa. L.)

Leo, D. 8, Quando è in ombra, la squadra non gira. Quando gli passano la palla sono sufficienti pochi tocchi per andare in porta. Il grande regista. (Gli perdoniamo l’autogol ndr.)

Lucia, A. 8, Il grande trascinatore della finale, spinge i suoi a suon di gol. Unico neo quel gol a cronometro fermo.

Zecchini, F. 7,5, Il carisma di Baresi. Tiene salde le redini del reparto arretrato che non si sfalda neanche davanti agli errori.

Rampa, L. 7,5, Ottimo controllo di palla e buoni movimenti davanti. Ha un po’ di pali sulla coscienza.

Il Covid toglie, la scuola dà. La nuova vita al master

Ad ogni rinuncia corrisponde sempre una contropartita. Su questo non si discute. Vero è che in un mondo globalizzato le transazioni in entrata e in uscita non sempre avvengono per mezzo della stessa valuta. Ogni moneta è intercambiabile. I dollari con l’euro, il dinaro con lo yen. Lo spazio col tempo.

Se la didattica a distanza c’è costata due mesi di socializzazione ormai irrecuperabili, la pandemia ci sta ripagando con spazio infinito. Siamo gli unici nel polo di Mediazione Linguistica della Statale di Milano. La sede di Sesto è nostra. Nelle pause, ci aggiriamo per il campus compatti, e come un branco di lupi affamati e paganti siamo contesi dai due bar di piazza Indro Montanelli. Ci corteggiano a colpi di caffè offerti, di brioches avanzate al mattino e spezzettate in dolcini da sbocconcellare dopo pranzo. È presto per capire chi dei due la spunterà, probabilmente nessuno: finirà in pareggio. Democristianamente – come il guru Saldutti insegna – ci dividiamo in due gruppi da 15 e traiamo il meglio dal proverbiale senso imprenditoriale lombardo.

Ma soprattutto, per far fronte al disagio dei praticanti pendolari, costretti a fare i conti con la didattica in semi-presenza, la Scuola di Giornalismo ha allargato il suo perimetro. Letteralmente. Oltre all’intero secondo piano – con due emeroteche, il laboratorio informatico e gli studi radio e tv – la Tobagi ha finalmente la sua testa di ponte al pian terreno.

Lezione a distanza ma in gruppo dall’aula T8

Abbiamo l’aula T8 in comodato d’uso. Da qui, segue le lezioni chi non può o non vuole rientrare a casa. Seduti di fronte a un unico, piccolo, schermo, a distanza di un metro l’uno dall’altro, con le mascherine e senza pop-corn, l’appuntamento con l’aula T8 è l’esperienza che più si avvicina alle ormai lontane serate al cinema in compagnia degli amici. Una suggestione indotta dalla nostalgia viscerale dell’arte, dello svago e di tutto ciò che è bello. Perdio se mancano in questo febbraio. È importante scriverne, per tenere vivo il passato – che a breve tornerà presente e futuro – e perché serva da monito: queste poche righe altro non sono che un monumento alla memoria, quella del tedio che da un anno si è impadronito di noi, per riconoscerlo a fuggirne a ogni prossima occasione.

Ciao Giulia. Ciao Benedetta. Storia di chi fugge e di chi resta.

Delle lingue che conosco, l’Italiano è l’unica in cui la stessa parola – ciao – viene utilizzata come saluto sia in apertura che in chiusura di conversazione. “Ciao” trova il suo omologo nel portoghese “tchau”, ma questa espressione vale solo come congedo. In arabo, “سلام”, salam, cioè pace, si usa all’arrivo e all’andata. Ma sempre preceduta dalle preposizioni “su” o “con”. Quindi nel dedalo di strade che si intrecciano per dare vita a una medina, incontrando un interlocutore auspichiamo che la pace scenda “su di lui”. Separandocene, invece, è buona abitudine augurargli che sempre la stessa pace resti “con lui”. Dal Medioriente al Maghreb si usano due locuzioni distinte per scandire l’inizio e la fine di ogni interazione con il prossimo. lo stesso vale per l’inglese con i suoi “hi” e “bye”. E poi “hola” e “adios” a Madrid, “salut” e “au revoir” nella Tunisi chic, “سلام” e “خداحافظ”, a Teheran e a Kabul.

Si capisce che dal punto di vista logico e grammaticale il titolo di questo pezzo regge solo in italiano. E solo in italiano trasmette tutto il suo carico di ambiguità. Sì, certo, la seconda parte suggerisce un avvicendamento. Una entra e una esce. Ma chi arriva e chi va? I saluti informali certi nodi non li sciolgono. Quindi ci ha pensato Giulia Cescon.

Già da qualche giorno, ormai, ci ha informati di aver rinunciato ufficialmente al Master. La colpa è della vita. Di quei capitoli di vita che senza alcun preavviso cominciano, e subito si mettono di traverso. Diventano nottetempo priorità improcrastinabili e ci costringono ad accantonare tutto il resto: tutta l’altra vita, insomma. Quella che pianifichiamo, speriamo, sogniamo finché un giorno un virus, un inciampo. Una cellula impazzita.

Giulia ha scelto parole bellissime per darci la notizia, tanto belle che col suo permesso ho deciso di pubblicarle qui di seguito.

«Buongiorno fanciulli. Non sono morta: rieccomi nel mondo dei tobagisti, o forse non proprio. Sapete che non sono stata bene, che non sto bene. Quello che non sapete è che purtroppo non si risolverà a breve, per cui sarò diretta: sono costretta a lasciare la scuola o, meglio, l’ho lasciata venerdì con una lettera di rinuncia ufficiale dopo aver parlato con Venanzio e con Claudio (persone meravigliose). È stata una scelta faticosa e dolorosa. Credo possiate immaginarlo. Insomma, tutti quanti abbiamo faticato parecchio per essere nei trenta, in questo bellissimo sogno. Solo che ora devo curarmi e la scuola è per me insostenibile e inconciliabile con tutto il resto. È un’opportunità persa e cavolo quanto mi fa arrabbiare, ma è così, che io lo accetti o meno (ci vorrà un po’ per accettarlo). Speravo di poter salutare almeno qualcuno di voi durante la riconsegna del pc, ma con questa zona rossa non so come andranno le cose. Spero però di potervi incontrare di nuovo in futuro, anche solo per caso. Intanto continuerò a mettere like e a leggere i vostri blog, anche se il mio seguito Instagram è decisamente esiguo e la pubblicità che posso farvi conta meno di zero. 

Ps: siete persone speciali e so che qualcosa farete, che qualcosa raggiungerete

Posso restare comunque in questo gruppo, vero?»

 

Il è stato unanime. Ovvio.

Non bastava la pandemia del secolo o la didattica a distanza. Nemmeno il fatto di aver cominciato nel giorno in cui – per la prima volta nella storia – un candidato sconfitto alle Presidenziali americane rifiuta di concedere la vittoria; alla pletora di singolarità di questo biennio se ne è aggiunta una di natura quantitativa: partiti in 30, siamo diventati 31.

Per completare la storia di chi fugge e di chi resta bisogna tenere a mente questo numero. Ovvero una versione dei fatti allargata, vissuti dal punto di vista dell’altro personaggio chiave di questa vicenda: Benedetta Mura, la new-entry in casa Tobagi che allo scorrere della graduatoria ha preso il posto lasciato vacante da Giulia. Sicché, incrociando date e orari nelle testimonianze, comparando impressioni, reazioni e stati d’animo, non posso che assolvere e scusarmi con chi avevo accusato in apertura: la vita. Non è mai colpa sua. Mai.

Ci hanno provato per tre anni a farmelo entrare in testa. Nelle aule della facoltà di ecologia dell’università di Londra apprendevo concetti immensi, quali la circolarità dei flussi energetici in un ecosistema, le strategie evolutivamente stabili, le oscillazioni armoniche nella dinamica delle popolazioni e il sostanziale equilibrio cui tende ogni cosa in questo Pianeta. Applicavo queste nozioni a esperimenti e ricerche, capivo; superavo brillantemente gli esami, dimenticavo. Così, nell’eterno ritorno di ogni mio approccio non scientifico alla vita.

Infatti rieccoci. Grazie allo zoom-out investigativo necessario alla completezza di questo racconto, posso dire con certezza che mentre il messaggio di Giulia lasciava «l’ultimo lembo di terra prima della laguna di Venezia» e si diramava a mezza Italia per comparire sulla nostra chat Whatsapp, nello stesso momento, una chiamata con numero privato partiva dalla segreteria della Scuola di Giornalismo di Sesto, e da piazza Indro Montanelli 1 approdava a Sassari, fin dentro casa di Benedetta. Alla rabbia e al dolore veneti si sommavano lo stupore e la gioia sardi: due marosi emotivi uguali e opposti, che incrociandosi producevano un simultaneo pareggio di bilancio nell’economia del caso.

Forse è vero che la vita è un’equazione a somma zero come insistevano i miei docenti universitari, ma di certo non è piatta. Pur ancorata a un risultato – lo zero – e costretta fra due punti – in equilibrio – la vita si deforma come un onda. In frammenti di spaziotempo tocca ampiezze vertiginose, disegna lunghezze tutte sue, crea volumi nuovi e ti costringe a vibrare a frequenze inimmaginabili. L’importante è seguire il suo flusso. Sempre. Ciao, Giulia. Ciao, Benedetta.

Statistiche: tutti a Milano

La statistica e la notizia della settimana a piazza Indro Montanelli 1 non poteva essere che questa. Oggi, lunedì 1° febbraio, il praticantato si è svolto per la prima volta in regime di presenza completa, in 30 anziché in 15; e indietro non si torna. Ne consegue che il 100% di noi si è trasferito a Milano e che ogni mattina la scuola sarà attiva al 100%.

100 è un numero fondamentale in una cultura che affonda le sue radici nel sistema decimale posizionale ed è come è proprio perché pensa, immagina, pianifica in base 10.

100 è uno zoom. Eleva al quadrato il perimetro delle nostre unità cognitive amplificando il dettaglio con cui analizziamo e descriviamo fatti meritori di maggiore definizione.

100 è anche un simbolo. Preso alla Maturità configura un passaggio pieno e consapevole nell’età adulta. Trascorsi i primi 100 giorni, i media americani traggono le somme preliminari sul nuovo presidente, e si conta fino a 100 per pesare bene le parole di una risposta a una domanda importante.

L’elenco è lungo, ma in ogni caso il numero 100 evoca da sempre e in ogni circostanza pienezza e completezza. Da oggi la sede della Scuola di Giornalismo Walter Tobagi è piena, al 100 percento. E tutti noi ci sentiamo tutti più completi.

Parola ai giornalisti di domani: Femministe e Generazione Z sul racconto della crisi di governo

Le mille storie di Capitol Hill sono state un successo clamoroso, merito dello sforzo collettivo a 30 penne che per una settimana non hanno pensato ad altro se non a redigere un prodotto editoriale inedito, capace di raccontare l’assedio al tempio mondiale della democrazia da punti di vista narrativi non ancora battuti. Ma anche della forza mediatica dell’evento in sé, è giusto ammetterlo.

Sicché, mentre concedevamo un po’ di riposo alle nostre dita, immersi nella quiete del tempo che scorre non scandito dal picchiettare incessante delle tastiere, ha cominciato a morderci quel leggero senso di vuoto che segue l’epilogo di ogni grande impresa; un pungolo di nostalgia sorto dalla consapevolezza che un’occasione tanto ghiotta non sarebbe capitata di nuovo. Almeno, nel breve periodo.

Ci sbagliavamo. Dopo l’assalto a palazzo Chigi sferrato da Renzi col suo sparuto esercito di Italiani Vivi e le dimissioni di un bis-Conte già disarcionato da un anno, non fosse stato per l’emergenza sanitaria, l’approfondirsi di una crisi di governo nel momento più drammatico nella storia del Paese dall’ultimo conflitto mondiale è il secondo appuntamento che il 2021 ha deciso di concederci a nemmeno un mese dal suo inizio.

Restando in fiduciosa e trepidante attesa dello sbarco degli alieni entro maggio e magari della dimostrazione scientifica dell’esistenza di Dio prima di mangiare il panettone, ho scelto di contribuire a questo nuovo progetto corale dando voce ai giornalisti del futuro, oggi praticanti della Scuola. A loro ho affidato l’ingrato ma soddisfacente compito di giudicare l’operato dei giornalisti del presente chiamati a raccontare la crisi che sferza i palazzi del potere capitolino.

Eleonora e Chiara, le femministe – graziaddio – autrici del blog Quote Rosa parlano a ruota libera di sessismo e di come questa piaga distorca la narrazione dell’attualità politica italiana. Dall’osservatorio privilegiato del loro Ultimo Banco, invece, i giovanissimi Simone e Samuele, raccontano dei media e dei narratori alle prese con la sfida di produrre contenuti capaci di accattivare l’interesse della generazione Z.

Per leggere gli altri capitoli di questa nostra ultima fatica giornalistica continuate a leggere qui, qui e qui. Di seguito, invece, l’intervista.

 

Quote Rosa:

Quando il futuro di un governo è appeso a una manciata di voti, cresce l’attenzione che i media prestano alle intenzioni di voto dei singoli. In queste analisi, quanto ha pesato il genere nel valutare l’iniziativa politica dei parlamentari chiamati a decidere sul futuro del Governo Conte bis?

Non soltanto in questo caso ma, quasi sempre, il genere nella narrazione giornalistica degli eventi incide fortemente. Pensiamo, per esempio, all’onorevole Boschi che è sempre stata commentata in modo che prescinde le sue capacità politiche. In questo specifico caso penso soprattutto a Mariarosaria Rossi. Il suo peso politico è sempre stato legato alla figura di Berlusconi: infatti, anche questa volta si è parlato di tradimento. L’uomo in politica è considerato potente. Ma il binomio politica potere non vale per le donne. E poi c’è la Polverini, della quale non è stato commentato solo il voto ma la sua presunta relazione con Luca Lotti. Oltretutto, è stata anche sottolineata la loro differenza d’età, come se un uomo più giovane della propria compagna non fosse qualcosa di socialmente accettabile.

Quali esempi di giornalismo sono stati particolarmente negativi a riguardo

Senza fare nomi, basta fare una rassegna stampa anche frettolosa, per vedere che i titoli da prima pagina sessisti non mancano. Il giornalismo tende a svilire le donne potenti. Ad esempio, l’ex ministra Bellanova è stata massacrata non in quanto individuo (come succede per i colleghi maschi), ma in quanto donna, come se la credibilità dovesse sempre essere accompagnata da un certo tipo di femminilità. La sua forma fisica prima, il suo matrimonio con un uomo di origine non italiane poi: sono stati questi gli argomenti al centro delle polemiche più delle sue politiche.

Quali positivi?

La sensibilità dei giornali sta cambiando. Alcune testate ospitano firme autorevoli rappresentative della nostra quarta ondata del femminismo come Michela Murgia, Carlotta Vagnoli, Irene Facheris, Giulia Blasi, Valeria Parrella e tante altre.
Purtroppo si confondono spesso opinione e sessismo, anche sui giornali. Questo perché si lascia la narrativa del mondo femminile agli uomini che, in quanto tali, non potranno mai comprendere davvero la posizione delle donne.

Le giornaliste italiane sono state più brave dei loro colleghi nell’evitare di cadere in stereotipi chiaramente sessisti?

Purtroppo no. In primo luogo perché il sessismo molto spesso riguarda anche le donne stesse, cresciute secondo una mentalità patriarcale, incapaci di evitare i meccanismi di cui siamo vittime a nostra volta. Purtroppo il modo aggressivo e critico di osservare la realtà tipico di alcuni uomini viene assunto dalle donne per aumentare la propria credibilità.

Aspettative sui giornalisti di domani: la nostra sensibilità sarà maggiore su questo tema? Quali commenti e osservazioni sdoganati oggi risulteranno impronunciabili tra 10 anni?

Le cose cambieranno quando si smetterà di depotenziare le parole delle donne. Come dicevamo, di una donna spesso non si commentano le scelte politiche in quanto tali ma vengono legate sempre ad altro. Questo come se il potere delle azioni venisse ridotto. Tra dieci anni sarà impensabile commentare il tailleur di una ministra, come se fossimo ad una sfilata di moda (visto che i vestiti sono “roba da femmine”, il commento modaiolo viene portato in politica solo con lo scopo di svilire).

E poi basta con la storia dell’empatia. Potere ed empatia sono coniugabili ma non deve essere il requisito obbligatorio per le donne: le cose cambieranno quando ci si renderà conto che il potere femminile ha lo stesso peso, le stesse caratteristiche e gli stessi difetti di quello maschile. La donna autoritaria non è una rompipalle e non ha “le sue cose”. Alla base di tutto c’è il rispetto, di cui le donne non godono spesso, soprattutto in politica.

 

All’Ultimo Banco:

Come valuti l’appeal del racconto della crisi di governo da parte dei media sulla generazione Z?

Onestamente non credo che la generazione Z abbia prestato e stia prestando troppa attenzione alla crisi di governo. Il focus si è centrato più sui meme che su un’analisi politica. Questo – senza comunque fare di tutta l’erba un fascio – è a mio avviso il grande problema dei giovani d’oggi: la conoscenza del mondo in cui viviamo passa sempre per il filtro dei social. Ho visto tante stories Instagram indignate, ho letto stati Facebook di gente che non ha mai seguito la politica e che non va oltre un giudizio qualunquista. Non che ci sia niente di male, è pretestuoso pretendere che tutti conoscano ogni situazione d’attualità. Ma sicuramente affidarsi ad un’informazione di qualità e ad una migliore selezione delle fonti, per formare una conoscenza critica che permetta di capire il presente per guardare al futuro, è un vecchio insegnamento che può essere attuale anche per le nuove generazioni. Fortunatamente anche sui social stanno nascendo sempre più pagine d’informazione di qualità, che possono arrivare ai giovani in modo più rapido ed efficace rispetto ai giornali tradizionali.

 Quali elementi narrativi sono mancati (se sono mancati) per accattivare i più giovani e rendere questa vicenda politica degna di attenzione ai loro occhi?

In primis la narrativa dell’”inciucio” o delle “poltrone” veicolata dai politici stessi non ha aiutato la gente ad interessarsi più di tanto. I media tradizionali stanno faticando sempre più ad arrivare ai giovani, perché vittime della logica del “clickbating” e del titolo acchiappa like. La politica non scalda i cuori dei giovani perché non è presentata come qualcosa che li riguardi. A questo si aggiunge la mancanza di fiducia nei media, la sensazione che non riescano a raccontare una verità indipendente, e che essi stessi siano al servizio dei “giochi di palazzo”. Se i grandi giornali riuscissero ad adeguarsi ai tempi e coniugare presenza sul web e informazione di qualità giovani e meno giovani sarebbero più invogliati a capire il mondo che li circonda, e questo riscatterebbe anche la loro reputazione, sempre più delegittimata di ogni autorità professionale.

Quali testate giornalistiche si sono dimostrate più attente all’impatto della crisi di governo sulle nuove generazioni?

Mentre le ministre Bonetti e Bellanova si dimettevano, innescando una crisi incompresa da sette italiani su dieci, in quasi tutte le regioni le scuole erano ancora chiuse. Inevitabile che i più giovani, da anni già disillusi e lontani dalla politica, concepissero la crisi come un gioco tra potenti i quali non si curano dei veri interessi del paese, ma delle loro poltrone.

Tra le testate giornalistiche, segnalo i settimanali Left e L’Espresso, da sempre molto sensibili sul tema degli scompensi causati ai giovani dalla didattica a distanza, a cui infatti hanno dedicato vari numeri. Il Fatto, seppur ovviamente perentorio nello schierarsi contro Renzi, si è concentrato maggiormente sugli sviluppi e gli scenari politici. Il Corriere della Sera si è invece schierato abbastanza nettamente contro le Regioni e le motivazioni addotte, secondo loro come pretesto, per lasciare i ragazzi a casa. Tuttavia, l’impatto sui più giovani, per quanto ho letto, non è stato trattato in maniera sistematica, come sarebbe stato opportuno. Se non con i rischi che la crisi possa influire sull’efficienza del Recovery Plan, il cui fallimento avrebbe ricadute non da poco sulle generazioni future. È il famoso 1% di cui parla la campagna Instagram #UnoNonBasta, nata per denunciare l’esiguità di risorse effettivamente riservate ai giovanissimi, per cui l’attenzione alla prossima generazione sembra limitarsi alla scelta del nome.

Quali modalità narrative di questo evento politico ritenete assolutamente positive, ma temete che possano andare perdute quando il testimone dell’informazione passera ai giornalisti di domani?

Le modalità narrative che personalmente prediligo sono quelle di approfondimento: il Post, Valigia Blu, settimanali… Sui quotidiani il racconto della crisi mi sembra Game of Thrones. Il rischio – a mio parere – è che un’informazione di approfondimento, dettagliata, scevra di estremizzazioni e sensazionalismi, anche per i problemi economici che impediscono al giornalismo di qualità di sostenersi, non sia possibile. E dunque che si perda la capacità nelle generazioni future di andare oltre la notizia flash, la dichiarazione, il giudizio influenzato negativamente dalla personalizzazione della politica che pone un velo sulla vera natura di chi la politica la pratica. Insomma, giudicare Salvini non solo per le sue gaffe, la sua manifesta incapacità e mancanza di sensibilità, ma capire anche perché sia potuto arrivare a essere ministro degli Interni. Bisogna chiedersi da dove è partito, la scalata che ha fatto all’interno della Lega, le trasformazioni che questa ha subito, l’intersezione tra sovranismo ed etnopopulismo e così via. Non che su un quotidiano mi aspetti ogni giorno un saggio, ma i giornalisti di domani, per l’oggettiva superficialità dell’informazione e l’immediatezza che i social e il web richiedono, potrebbero essere portati a ritenere non necessario approfondire. Ciò avrebbe conseguenze gravissime.

La Frase della Settimana. Volume 2

La frase della settimana spetta senza dubbio a Marco Castelnuovo.

Con questo guizzo d’ironia, Il direttore del dorso torinese del Corriere ha riacciuffato la nostra attenzione arrancante durante la lezione “partiti e sindacati nell’era della disintermediazione e dei social” tenuta dal professor Nicola Pasini. Lezione interessante e coinvolgente, ma di venerdì pomeriggio alle 17, trascorse 9 ore di fronte a un monitor, la palpebra cala anche al cospetto del più grande oratore. Eccezion fatta, forse, per il professor Federico Boni*(vedi nota a piè di pagina). Stando alle conversazioni del gruppo Whatsapp di noi studenti, le sue lezioni di “sociologia della comunicazione” potrebbero andare avanti per ore. Di lunedì, venerdì o sabato, poco importa. Penderemmo comunque dalle sue labbra.

Del resto, un asso delle battute stringate come Marco – il suo account Twitter @chedisagio conta 95mila follower – sa bene come catturare l’attenzione e ravvivare il fuoco del dialogo, anche nei venerdì pomeriggio più uggiosi della zona rossa lombarda.

 

*Alle lezioni di sociologia dedicherò presto un post, ma alla luce di quanto sopra ho deciso di estromettere il professor Boni da questa rubrica: la monopolizzerebbe bulgaramente.

Francesco Casini: «Influenzare raccontando»

Francesco Casini è nato a Roma, nel 1997, e con la laurea in archeologia in tasca ha accumulato in pochi mesi abbastanza crediti per passare a Relazioni Internazionali in magistrale. La politica estera, infatti, intesa come visione delle forze razionali e dei miti che agiscono nel mondo, è la cosa che più lo appassiona. Nonostante l’impegno extracurricolare, però, ha scelto il Master Tobagi per soddisfare il suo desiderio di conoscere le cose in presa diretta. «Il mestiere della diplomazia è molto più tecnico, e spesso si occupa di burocrazia», dichiara, «io voglio stare sul campo. E credo che il giornalismo rappresenti il mezzo migliore per esplorare la politica internazionale. Certo, viene meno la parte operativa e decisionale, ma non del tutto. La politica estera è anche narrativa; e raccontare è senza dubbio un modo potente di agire sulla realtà».

In futuro, si vede come reporter nelle zone di conflitto o come corrispondente, magari dagli Stati Uniti. Vista l’aria che tira nella politica interna americana, non esclude di poter prendere due piccioni con una fava, «raccontando la seconda guerra civile americana». Dall’estate scorsa il suo interesse per questo Paese è cresciuto, «rasentando l’ossessione». Seguendo la campagna presidenziale, Francesco si è reso conto di non avere la preparazione necessaria per comprendere l’evento a un livello di profondità adeguato ai suoi standard. E prendere atto del fatto che esiste qualcuno più ferrato di lui su un argomento lo infastidisce. Non poco. Per questo si è messo a studiare e ha creato La città sulla Collina, un blog per parlare di America bypassando stereotipi e distorsioni prodotti dalla cultura europea. Uno spazio per raccontare l’impero da dentro e senza bisogno di intermediazioni. Come un reporter, appunto.

Statistiche: cosa abbiamo studiato

14 lauree triennali, 15 magistrali e 1 solo Dottorato di ricerca. Per quanto riguarda il livello di formazione vige un sostanziale equilibrio, rotto verso l’alto da un unico outlier.

Al contrario le aree di formazione parlano di un quadro molto più variegato. Come prevedibile, prevale il retroterra umanistico. Soltanto uno dei trenta, laureato in ecologia, proviene dal mondo scientifico in senso stretto.

Degli altri 29, più di un terzo hanno studiato lettere – antiche, moderne, o straniere. Segno che imparare a scrivere negli anni universitari rappresenta ancora oggi un gran bel vantaggio nel rapportarsi alla prova di selezione. Sono sei i laureati in comunicazione, un quinto del totale, a dimostrazione del fatto che la coerenza paga: se terminato il liceo la scuola di giornalismo è un obiettivo certo, questo percorso di studi resta tra quelli più indicati. Al terzo posto, con quattro laureati le Scienze Politiche. E a seguire, con due praticanti ciascuno, Storia, Giurisprudenza ed Economia. Insieme all’unico scienziato, le altre due mosche bianche della classe sono il sociologo e il filosofo.

La frase della settimana. Volume 1

Con questa frase stringata, Francesco Casini, caporedattore del progetto le mille storie di Capitol Hill, ha dato la sua benedizione al contributo geniale di Davide Leo. Chi di meme ferisce, di meme perisce: l’assalto al congresso e l’estetica Alt-right è un’analisi dei fatti del 6 gennaio scorso attraverso gli occhi dei social, con un imperdibile focus sui meme più esilaranti della rete.

Il corpo di Claudio Lindner. La prima rassegna stampa in emeroteca

Il 18 gennaio è stato un lunedì di rivoluzione per la scuola. La rassegna stampa quotidiana è avvenuta per la prima volta in presenza. Senza alcun preavviso.

Tra giornali veri e colleghi veri – un po’ spaesati fuori dalla consuetudine delle stanze virtuali di Microsoft Teams – è comparso anche Claudio Lindner, vice-direttore del Master che da novembre guida il riscaldamento giornalistico mattutino dalla sua casa milanese.

Tra crisi di governo in atto e avvicendamento del potere in America, non si è trattato di una rassegna stampa qualsiasi. E la possibilità di commentare in presa diretta, senza alzare manine gialle o paura di causare riverbero nelle auricolari altrui è stato un assaggio di normalità.

30 competenze funzionano meglio insieme, la presenza è il moltiplicatore dell’analisi.

Così, cercando ti mappare il groviglio di strategie che albergano la testa di Renzi, di immaginare il futuro del governo, dell’America e del mondo, la presenza di Irene Panzeri, la russofona della redazione, è stata occasione per sviscerare la vera notizia del giorno: l’arresto di Aleksei A. Navalny al momento del suo ingresso in Russia. La traduzione di Irene è stato il valore aggiunto per comprendere fino in fondo la sommarietà di quel fermo, il pane quotidiano per gli oppositori politici nella Russia di Putin.
Col suo metro e novanta, il sorriso bonario e la sua foltissima chioma cinerea, la presenza di Claudio è stata più di una piacevole sorpresa, ma il segnale che a scuola la musica potrebbe veramente cambiare. Dal primo febbraio, infatti, la didattica in presenza dovrebbe consolidarsi sempre più, ed estendersi anche a parte delle lezioni frontali oltre che al praticantato. Col vaccino in poppa e il 2020 alle spalle.