Il Covid toglie, la scuola dà. La nuova vita al master

Ad ogni rinuncia corrisponde sempre una contropartita. Su questo non si discute. Vero è che in un mondo globalizzato le transazioni in entrata e in uscita non sempre avvengono per mezzo della stessa valuta. Ogni moneta è intercambiabile. I dollari con l’euro, il dinaro con lo yen. Lo spazio col tempo.

Se la didattica a distanza c’è costata due mesi di socializzazione ormai irrecuperabili, la pandemia ci sta ripagando con spazio infinito. Siamo gli unici nel polo di Mediazione Linguistica della Statale di Milano. La sede di Sesto è nostra. Nelle pause, ci aggiriamo per il campus compatti, e come un branco di lupi affamati e paganti siamo contesi dai due bar di piazza Indro Montanelli. Ci corteggiano a colpi di caffè offerti, di brioches avanzate al mattino e spezzettate in dolcini da sbocconcellare dopo pranzo. È presto per capire chi dei due la spunterà, probabilmente nessuno: finirà in pareggio. Democristianamente – come il guru Saldutti insegna – ci dividiamo in due gruppi da 15 e traiamo il meglio dal proverbiale senso imprenditoriale lombardo.

Ma soprattutto, per far fronte al disagio dei praticanti pendolari, costretti a fare i conti con la didattica in semi-presenza, la Scuola di Giornalismo ha allargato il suo perimetro. Letteralmente. Oltre all’intero secondo piano – con due emeroteche, il laboratorio informatico e gli studi radio e tv – la Tobagi ha finalmente la sua testa di ponte al pian terreno.

Lezione a distanza ma in gruppo dall’aula T8

Abbiamo l’aula T8 in comodato d’uso. Da qui, segue le lezioni chi non può o non vuole rientrare a casa. Seduti di fronte a un unico, piccolo, schermo, a distanza di un metro l’uno dall’altro, con le mascherine e senza pop-corn, l’appuntamento con l’aula T8 è l’esperienza che più si avvicina alle ormai lontane serate al cinema in compagnia degli amici. Una suggestione indotta dalla nostalgia viscerale dell’arte, dello svago e di tutto ciò che è bello. Perdio se mancano in questo febbraio. È importante scriverne, per tenere vivo il passato – che a breve tornerà presente e futuro – e perché serva da monito: queste poche righe altro non sono che un monumento alla memoria, quella del tedio che da un anno si è impadronito di noi, per riconoscerlo a fuggirne a ogni prossima occasione.

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