Ciao Giulia. Ciao Benedetta. Storia di chi fugge e di chi resta.

Delle lingue che conosco, l’Italiano è l’unica in cui la stessa parola – ciao – viene utilizzata come saluto sia in apertura che in chiusura di conversazione. “Ciao” trova il suo omologo nel portoghese “tchau”, ma questa espressione vale solo come congedo. In arabo, “سلام”, salam, cioè pace, si usa all’arrivo e all’andata. Ma sempre preceduta dalle preposizioni “su” o “con”. Quindi nel dedalo di strade che si intrecciano per dare vita a una medina, incontrando un interlocutore auspichiamo che la pace scenda “su di lui”. Separandocene, invece, è buona abitudine augurargli che sempre la stessa pace resti “con lui”. Dal Medioriente al Maghreb si usano due locuzioni distinte per scandire l’inizio e la fine di ogni interazione con il prossimo. lo stesso vale per l’inglese con i suoi “hi” e “bye”. E poi “hola” e “adios” a Madrid, “salut” e “au revoir” nella Tunisi chic, “سلام” e “خداحافظ”, a Teheran e a Kabul.

Si capisce che dal punto di vista logico e grammaticale il titolo di questo pezzo regge solo in italiano. E solo in italiano trasmette tutto il suo carico di ambiguità. Sì, certo, la seconda parte suggerisce un avvicendamento. Una entra e una esce. Ma chi arriva e chi va? I saluti informali certi nodi non li sciolgono. Quindi ci ha pensato Giulia Cescon.

Già da qualche giorno, ormai, ci ha informati di aver rinunciato ufficialmente al Master. La colpa è della vita. Di quei capitoli di vita che senza alcun preavviso cominciano, e subito si mettono di traverso. Diventano nottetempo priorità improcrastinabili e ci costringono ad accantonare tutto il resto: tutta l’altra vita, insomma. Quella che pianifichiamo, speriamo, sogniamo finché un giorno un virus, un inciampo. Una cellula impazzita.

Giulia ha scelto parole bellissime per darci la notizia, tanto belle che col suo permesso ho deciso di pubblicarle qui di seguito.

«Buongiorno fanciulli. Non sono morta: rieccomi nel mondo dei tobagisti, o forse non proprio. Sapete che non sono stata bene, che non sto bene. Quello che non sapete è che purtroppo non si risolverà a breve, per cui sarò diretta: sono costretta a lasciare la scuola o, meglio, l’ho lasciata venerdì con una lettera di rinuncia ufficiale dopo aver parlato con Venanzio e con Claudio (persone meravigliose). È stata una scelta faticosa e dolorosa. Credo possiate immaginarlo. Insomma, tutti quanti abbiamo faticato parecchio per essere nei trenta, in questo bellissimo sogno. Solo che ora devo curarmi e la scuola è per me insostenibile e inconciliabile con tutto il resto. È un’opportunità persa e cavolo quanto mi fa arrabbiare, ma è così, che io lo accetti o meno (ci vorrà un po’ per accettarlo). Speravo di poter salutare almeno qualcuno di voi durante la riconsegna del pc, ma con questa zona rossa non so come andranno le cose. Spero però di potervi incontrare di nuovo in futuro, anche solo per caso. Intanto continuerò a mettere like e a leggere i vostri blog, anche se il mio seguito Instagram è decisamente esiguo e la pubblicità che posso farvi conta meno di zero. 

Ps: siete persone speciali e so che qualcosa farete, che qualcosa raggiungerete

Posso restare comunque in questo gruppo, vero?»

 

Il è stato unanime. Ovvio.

Non bastava la pandemia del secolo o la didattica a distanza. Nemmeno il fatto di aver cominciato nel giorno in cui – per la prima volta nella storia – un candidato sconfitto alle Presidenziali americane rifiuta di concedere la vittoria; alla pletora di singolarità di questo biennio se ne è aggiunta una di natura quantitativa: partiti in 30, siamo diventati 31.

Per completare la storia di chi fugge e di chi resta bisogna tenere a mente questo numero. Ovvero una versione dei fatti allargata, vissuti dal punto di vista dell’altro personaggio chiave di questa vicenda: Benedetta Mura, la new-entry in casa Tobagi che allo scorrere della graduatoria ha preso il posto lasciato vacante da Giulia. Sicché, incrociando date e orari nelle testimonianze, comparando impressioni, reazioni e stati d’animo, non posso che assolvere e scusarmi con chi avevo accusato in apertura: la vita. Non è mai colpa sua. Mai.

Ci hanno provato per tre anni a farmelo entrare in testa. Nelle aule della facoltà di ecologia dell’università di Londra apprendevo concetti immensi, quali la circolarità dei flussi energetici in un ecosistema, le strategie evolutivamente stabili, le oscillazioni armoniche nella dinamica delle popolazioni e il sostanziale equilibrio cui tende ogni cosa in questo Pianeta. Applicavo queste nozioni a esperimenti e ricerche, capivo; superavo brillantemente gli esami, dimenticavo. Così, nell’eterno ritorno di ogni mio approccio non scientifico alla vita.

Infatti rieccoci. Grazie allo zoom-out investigativo necessario alla completezza di questo racconto, posso dire con certezza che mentre il messaggio di Giulia lasciava «l’ultimo lembo di terra prima della laguna di Venezia» e si diramava a mezza Italia per comparire sulla nostra chat Whatsapp, nello stesso momento, una chiamata con numero privato partiva dalla segreteria della Scuola di Giornalismo di Sesto, e da piazza Indro Montanelli 1 approdava a Sassari, fin dentro casa di Benedetta. Alla rabbia e al dolore veneti si sommavano lo stupore e la gioia sardi: due marosi emotivi uguali e opposti, che incrociandosi producevano un simultaneo pareggio di bilancio nell’economia del caso.

Forse è vero che la vita è un’equazione a somma zero come insistevano i miei docenti universitari, ma di certo non è piatta. Pur ancorata a un risultato – lo zero – e costretta fra due punti – in equilibrio – la vita si deforma come un onda. In frammenti di spaziotempo tocca ampiezze vertiginose, disegna lunghezze tutte sue, crea volumi nuovi e ti costringe a vibrare a frequenze inimmaginabili. L’importante è seguire il suo flusso. Sempre. Ciao, Giulia. Ciao, Benedetta.

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