Parola ai giornalisti di domani: Femministe e Generazione Z sul racconto della crisi di governo

Le mille storie di Capitol Hill sono state un successo clamoroso, merito dello sforzo collettivo a 30 penne che per una settimana non hanno pensato ad altro se non a redigere un prodotto editoriale inedito, capace di raccontare l’assedio al tempio mondiale della democrazia da punti di vista narrativi non ancora battuti. Ma anche della forza mediatica dell’evento in sé, è giusto ammetterlo.

Sicché, mentre concedevamo un po’ di riposo alle nostre dita, immersi nella quiete del tempo che scorre non scandito dal picchiettare incessante delle tastiere, ha cominciato a morderci quel leggero senso di vuoto che segue l’epilogo di ogni grande impresa; un pungolo di nostalgia sorto dalla consapevolezza che un’occasione tanto ghiotta non sarebbe capitata di nuovo. Almeno, nel breve periodo.

Ci sbagliavamo. Dopo l’assalto a palazzo Chigi sferrato da Renzi col suo sparuto esercito di Italiani Vivi e le dimissioni di un bis-Conte già disarcionato da un anno, non fosse stato per l’emergenza sanitaria, l’approfondirsi di una crisi di governo nel momento più drammatico nella storia del Paese dall’ultimo conflitto mondiale è il secondo appuntamento che il 2021 ha deciso di concederci a nemmeno un mese dal suo inizio.

Restando in fiduciosa e trepidante attesa dello sbarco degli alieni entro maggio e magari della dimostrazione scientifica dell’esistenza di Dio prima di mangiare il panettone, ho scelto di contribuire a questo nuovo progetto corale dando voce ai giornalisti del futuro, oggi praticanti della Scuola. A loro ho affidato l’ingrato ma soddisfacente compito di giudicare l’operato dei giornalisti del presente chiamati a raccontare la crisi che sferza i palazzi del potere capitolino.

Eleonora e Chiara, le femministe – graziaddio – autrici del blog Quote Rosa parlano a ruota libera di sessismo e di come questa piaga distorca la narrazione dell’attualità politica italiana. Dall’osservatorio privilegiato del loro Ultimo Banco, invece, i giovanissimi Simone e Samuele, raccontano dei media e dei narratori alle prese con la sfida di produrre contenuti capaci di accattivare l’interesse della generazione Z.

Per leggere gli altri capitoli di questa nostra ultima fatica giornalistica continuate a leggere qui, qui e qui. Di seguito, invece, l’intervista.

 

Quote Rosa:

Quando il futuro di un governo è appeso a una manciata di voti, cresce l’attenzione che i media prestano alle intenzioni di voto dei singoli. In queste analisi, quanto ha pesato il genere nel valutare l’iniziativa politica dei parlamentari chiamati a decidere sul futuro del Governo Conte bis?

Non soltanto in questo caso ma, quasi sempre, il genere nella narrazione giornalistica degli eventi incide fortemente. Pensiamo, per esempio, all’onorevole Boschi che è sempre stata commentata in modo che prescinde le sue capacità politiche. In questo specifico caso penso soprattutto a Mariarosaria Rossi. Il suo peso politico è sempre stato legato alla figura di Berlusconi: infatti, anche questa volta si è parlato di tradimento. L’uomo in politica è considerato potente. Ma il binomio politica potere non vale per le donne. E poi c’è la Polverini, della quale non è stato commentato solo il voto ma la sua presunta relazione con Luca Lotti. Oltretutto, è stata anche sottolineata la loro differenza d’età, come se un uomo più giovane della propria compagna non fosse qualcosa di socialmente accettabile.

Quali esempi di giornalismo sono stati particolarmente negativi a riguardo

Senza fare nomi, basta fare una rassegna stampa anche frettolosa, per vedere che i titoli da prima pagina sessisti non mancano. Il giornalismo tende a svilire le donne potenti. Ad esempio, l’ex ministra Bellanova è stata massacrata non in quanto individuo (come succede per i colleghi maschi), ma in quanto donna, come se la credibilità dovesse sempre essere accompagnata da un certo tipo di femminilità. La sua forma fisica prima, il suo matrimonio con un uomo di origine non italiane poi: sono stati questi gli argomenti al centro delle polemiche più delle sue politiche.

Quali positivi?

La sensibilità dei giornali sta cambiando. Alcune testate ospitano firme autorevoli rappresentative della nostra quarta ondata del femminismo come Michela Murgia, Carlotta Vagnoli, Irene Facheris, Giulia Blasi, Valeria Parrella e tante altre.
Purtroppo si confondono spesso opinione e sessismo, anche sui giornali. Questo perché si lascia la narrativa del mondo femminile agli uomini che, in quanto tali, non potranno mai comprendere davvero la posizione delle donne.

Le giornaliste italiane sono state più brave dei loro colleghi nell’evitare di cadere in stereotipi chiaramente sessisti?

Purtroppo no. In primo luogo perché il sessismo molto spesso riguarda anche le donne stesse, cresciute secondo una mentalità patriarcale, incapaci di evitare i meccanismi di cui siamo vittime a nostra volta. Purtroppo il modo aggressivo e critico di osservare la realtà tipico di alcuni uomini viene assunto dalle donne per aumentare la propria credibilità.

Aspettative sui giornalisti di domani: la nostra sensibilità sarà maggiore su questo tema? Quali commenti e osservazioni sdoganati oggi risulteranno impronunciabili tra 10 anni?

Le cose cambieranno quando si smetterà di depotenziare le parole delle donne. Come dicevamo, di una donna spesso non si commentano le scelte politiche in quanto tali ma vengono legate sempre ad altro. Questo come se il potere delle azioni venisse ridotto. Tra dieci anni sarà impensabile commentare il tailleur di una ministra, come se fossimo ad una sfilata di moda (visto che i vestiti sono “roba da femmine”, il commento modaiolo viene portato in politica solo con lo scopo di svilire).

E poi basta con la storia dell’empatia. Potere ed empatia sono coniugabili ma non deve essere il requisito obbligatorio per le donne: le cose cambieranno quando ci si renderà conto che il potere femminile ha lo stesso peso, le stesse caratteristiche e gli stessi difetti di quello maschile. La donna autoritaria non è una rompipalle e non ha “le sue cose”. Alla base di tutto c’è il rispetto, di cui le donne non godono spesso, soprattutto in politica.

 

All’Ultimo Banco:

Come valuti l’appeal del racconto della crisi di governo da parte dei media sulla generazione Z?

Onestamente non credo che la generazione Z abbia prestato e stia prestando troppa attenzione alla crisi di governo. Il focus si è centrato più sui meme che su un’analisi politica. Questo – senza comunque fare di tutta l’erba un fascio – è a mio avviso il grande problema dei giovani d’oggi: la conoscenza del mondo in cui viviamo passa sempre per il filtro dei social. Ho visto tante stories Instagram indignate, ho letto stati Facebook di gente che non ha mai seguito la politica e che non va oltre un giudizio qualunquista. Non che ci sia niente di male, è pretestuoso pretendere che tutti conoscano ogni situazione d’attualità. Ma sicuramente affidarsi ad un’informazione di qualità e ad una migliore selezione delle fonti, per formare una conoscenza critica che permetta di capire il presente per guardare al futuro, è un vecchio insegnamento che può essere attuale anche per le nuove generazioni. Fortunatamente anche sui social stanno nascendo sempre più pagine d’informazione di qualità, che possono arrivare ai giovani in modo più rapido ed efficace rispetto ai giornali tradizionali.

 Quali elementi narrativi sono mancati (se sono mancati) per accattivare i più giovani e rendere questa vicenda politica degna di attenzione ai loro occhi?

In primis la narrativa dell’”inciucio” o delle “poltrone” veicolata dai politici stessi non ha aiutato la gente ad interessarsi più di tanto. I media tradizionali stanno faticando sempre più ad arrivare ai giovani, perché vittime della logica del “clickbating” e del titolo acchiappa like. La politica non scalda i cuori dei giovani perché non è presentata come qualcosa che li riguardi. A questo si aggiunge la mancanza di fiducia nei media, la sensazione che non riescano a raccontare una verità indipendente, e che essi stessi siano al servizio dei “giochi di palazzo”. Se i grandi giornali riuscissero ad adeguarsi ai tempi e coniugare presenza sul web e informazione di qualità giovani e meno giovani sarebbero più invogliati a capire il mondo che li circonda, e questo riscatterebbe anche la loro reputazione, sempre più delegittimata di ogni autorità professionale.

Quali testate giornalistiche si sono dimostrate più attente all’impatto della crisi di governo sulle nuove generazioni?

Mentre le ministre Bonetti e Bellanova si dimettevano, innescando una crisi incompresa da sette italiani su dieci, in quasi tutte le regioni le scuole erano ancora chiuse. Inevitabile che i più giovani, da anni già disillusi e lontani dalla politica, concepissero la crisi come un gioco tra potenti i quali non si curano dei veri interessi del paese, ma delle loro poltrone.

Tra le testate giornalistiche, segnalo i settimanali Left e L’Espresso, da sempre molto sensibili sul tema degli scompensi causati ai giovani dalla didattica a distanza, a cui infatti hanno dedicato vari numeri. Il Fatto, seppur ovviamente perentorio nello schierarsi contro Renzi, si è concentrato maggiormente sugli sviluppi e gli scenari politici. Il Corriere della Sera si è invece schierato abbastanza nettamente contro le Regioni e le motivazioni addotte, secondo loro come pretesto, per lasciare i ragazzi a casa. Tuttavia, l’impatto sui più giovani, per quanto ho letto, non è stato trattato in maniera sistematica, come sarebbe stato opportuno. Se non con i rischi che la crisi possa influire sull’efficienza del Recovery Plan, il cui fallimento avrebbe ricadute non da poco sulle generazioni future. È il famoso 1% di cui parla la campagna Instagram #UnoNonBasta, nata per denunciare l’esiguità di risorse effettivamente riservate ai giovanissimi, per cui l’attenzione alla prossima generazione sembra limitarsi alla scelta del nome.

Quali modalità narrative di questo evento politico ritenete assolutamente positive, ma temete che possano andare perdute quando il testimone dell’informazione passera ai giornalisti di domani?

Le modalità narrative che personalmente prediligo sono quelle di approfondimento: il Post, Valigia Blu, settimanali… Sui quotidiani il racconto della crisi mi sembra Game of Thrones. Il rischio – a mio parere – è che un’informazione di approfondimento, dettagliata, scevra di estremizzazioni e sensazionalismi, anche per i problemi economici che impediscono al giornalismo di qualità di sostenersi, non sia possibile. E dunque che si perda la capacità nelle generazioni future di andare oltre la notizia flash, la dichiarazione, il giudizio influenzato negativamente dalla personalizzazione della politica che pone un velo sulla vera natura di chi la politica la pratica. Insomma, giudicare Salvini non solo per le sue gaffe, la sua manifesta incapacità e mancanza di sensibilità, ma capire anche perché sia potuto arrivare a essere ministro degli Interni. Bisogna chiedersi da dove è partito, la scalata che ha fatto all’interno della Lega, le trasformazioni che questa ha subito, l’intersezione tra sovranismo ed etnopopulismo e così via. Non che su un quotidiano mi aspetti ogni giorno un saggio, ma i giornalisti di domani, per l’oggettiva superficialità dell’informazione e l’immediatezza che i social e il web richiedono, potrebbero essere portati a ritenere non necessario approfondire. Ciò avrebbe conseguenze gravissime.

2 pensieri riguardo “Parola ai giornalisti di domani: Femministe e Generazione Z sul racconto della crisi di governo

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