Assalto a Capitol Hill. Filippo Menci intervista Francesco Casini

Che i dolciumi li porti la Befana o i Re Magi, l’Epifania è una celebrazione che mai prima di quest’anno aveva varcato i confini mediterranei. Sono serviti personaggi ben più immaginifici di una vecchietta su una scopa per consacrare il 6 gennaio come data di rilievo nel calendario globale.

L’eco della prima epifania americana è stata di tale portata, che restare a guardare inermi la storia dipanarsi sotto i nostri occhi senza tentare di raccontarla sarebbe stato imperdonabile. Per questo abbiamo elaborato un progetto corale per narrare l’assalto a Capitol Hill da più punti di vista, uno per ciascuno dei nostri blog.

Come autore di 30 Penne Bianche, ho deciso di contribuire intervistando Francesco Casini, il caporedattore di questo nostro esperimento.

 

Alcuni osservatori americani gridano «He is not going to leave» da anni, come Cassandre inascoltate. Al contrario i media europei stentano ad accettare l’attuale stato della politica interna americana, ritenendo questa realtà al di là di ogni possibile immaginazione. Da dove nasce una percezione così diversa degli stessi avvenimenti?

La percezione distorta che l’Europa e i suoi media hanno dell’America è spiegata da due fattori principali. Il primo deriva dalla fonte stessa, ovvero dall’industria culturale americana. Per sostenere il suo primato culturale, l’America fabbrica e vende un’immagine del Paese parziale, strettamente metropolitana, in cui trovano spazio le élite culturali della costa, della cultura, dell’impresa. Il risultato è un abbaglio prospettico, in cui si perde di vista gran parte di questo immenso Paese. Da parte nostra invece non indaghiamo abbastanza, manca la volontà di approfondire oltre l’immagine che traspare dai media.

Trump demonizza l’early voting da mesi, c’è una regia dietro l’escalation degli ultimi mesi?

Più che di una regia, parlerei di un paracadute. Nello specifico Trump, pur contemplando una possibilità di vittoria, sapeva che Biden era favorito. Sapeva anche che in caso di trionfo democratico, questo sarebbe avvenuto grazie al voto postale anticipato, vista la maggiore attenzione riservata dai liberal alle raccomandazioni sanitarie. L’early voting è stato demonizzato sin da subito, senza alcuna velleità di ribaltare il risultato in sede giudiziaria, ma per lasciare a Trump una carta in mano in caso di sconfitta. Un’arma narrativa capace di avvelenare la vittoria di Biden piuttosto efficace, almeno tra i suoi seguaci. Secondo un sondaggio Gallup, infatti, a due settimane di distanza dall’election day, più dell’80% degli elettori repubblicani credeva alle frodi. 

Anche il rapporto con la violenza (e con la morte) divide profondamente americani e europei. Come è percepito l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio scorso dalle due sponde dell’Atlantico?

In pochi hanno osservato i fatti di Capitol Hill alla luce del rapporto tra cittadini americani e violenza. Gli Usa sono un Paese storico, mentre le nazioni europee possono essere definite post storiche. Con l’ingresso nell’alleanza atlantica, l’Europa ha barattato sovranità in cambio di sicurezza, quindi oggi non dobbiamo preoccuparci di grossi disordini interni e soprattutto di sicurezza in campo internazionale. Al contrario, oltre alla sua sicurezza nazionale, l’America s’è fatta carico della sicurezza dei suoi alleati. Il prezzo di ammissione per questo ruolo è la necessaria prevalenza nella popolazione di un fattore umano violento. Solo a questa condizione, la dislocazione di centinaia di migliaia di militari all’estero e l’alto costo in termini di vite umane per garantire gli equilibri internazionali sono sostenibili di fronte all’opinione pubblica.

Mentre in Europa la violenza è un elemento squalificante nel dibattito pubblico, in America non è così. E gli esempi sono bipartisan. Nella Contea di Seattle, dove le frange più radicali di Black Lives Matter hanno causato danni per miliardi di dollari, arrivando a proclamare la secessione di alcuni quartieri dalla giurisdizione americana, i democratici sono cresciuti rispetto al 2016. Allo stesso modo, la violenza ha galvanizzando gli elettori repubblicani della contea di Kenosha. Qui, dopo l’uccisione di due manifestanti Antifa per mano del diciassettenne Kyle Rittenhouse, Trump ha guadagnato 4 punti rispetto alle precedenti elezioni.

Forse considerare l’America come una realtà unitaria è l’errore più comune e deleterio per capire e raccontare il “Paese indispensabile”. Quante Americhe esistono nel 2021?

I macrogruppi sono essenzialmente 3. L’America costiera, imperniata sulle città e culturalmente sempre più vicina al modello post storico europeo. C’è il sud conservatore, frustrato nei confronti del nord accusato di usurpare l’identità americana. Poi il Midwest, un insieme di stati disomogenei dove da sempre ormai si gioca la vera partita delle elezioni. In questi Stati in bilico, la cultura yankee dei nordisti vincitori è lo iato che li separa dal sud conservatore. Più recentemente però, la variabile socioeconomica di quest’area geografica, in declino a causa della deindustrializzazione che qui ha colpito più duro che nel resto del Paese, la colloca anni luce dal dinamismo economico e culturale delle coste.

E l’America di Capitol Hill?

In buona parte, sono figli di uno sfaldamento socioeconomico che ha lasciato indietro milioni di americani. Di uno scollamento culturale che ha privato in molti del diritto di partecipare al processo di definizione identitaria del Paese. il sentimento di essere negletti apre praterie alle narrative radicali quali il trumpismo. Specialmente se il leader in questione possiede ottime capacità comunicative ed è in grado di edificare attorno alla sua figura aspettative taumaturgiche. Sono certamente complottisti, che attingono a un ecosistema dell’informazione distorto dall’afflato libertario e dal messianismo religioso.

Un leader americano che sopravvive al partito è senza precedenti. Lo è anche osservare la folla più libertaria del pianeta chiamare re il proprio leader e caldeggiare l’ipotesi di una successione dinastica con Ivanka. Che tipo di rapporto lega Trump ai suoi sostenitori? Chi trascina e chi segue?

Trump ha polarizzato la politica americana. Ha catalizzato intorno a sé molto odio, ma è anche capace di trascinare. Nei rally politici i suoi sodali lo chiamano “the king” o “God emperor”, i suoi seguaci lo considerano un messo del Signore. E non è solo l’1% più estremo dei suoi sostenitori a pensarla così. Non credo a una possibile successione di Ivanka, ritengo più plausibile un Trump 2024, se sopravvivrà ai giudici.

Che risvolti avrà il ban definitivo di Trump da Twitter? 

Conseguenze enormi, per l’America e per l’umanità. Trump ha raccolto talmente tanto odio che questa decisione riceverà il plauso di molti. Così le imprese private dei social colgono la palla al balzo creando un precedente molto pericoloso: se puoi bandire il presidente degli Stati Uniti, in futuro potrai silenziare chi vuoi.

Questo risulterà in un’ulteriore estremizzazione del discorso politico. Private di una valvola di sfogo come i social, milioni di persone si radicalizzeranno. È opportuno riflettere sul fatto che se esiste un mercato di 70milioni di utenti che necessitano di uno strumento diverso da Facebook per esprimersi, prima o poi qualcuno cavalcherà quest’onda. Ci ha già provato Parler, cancellato dagli Store e cacciato dai server Amazon. Lo stesso vale per Gab, nella blacklist del circuito Visa. Probabilmente la coalizione tecnologica delle Big Tech sarà in grado di tenere a bada questi competitor ancora per un po’, ma non per sempre.

In futuro si verificherà una scissione. Da un lato sorgeranno social conservatori, dove attraverso il meccanismo delle echo chambers, la destra americana si radicalizzerà sempre di più, fino a costituire una minaccia reale per le istituzioni democratiche, più di quanto non lo sia oggi. Dall’altra parte, su Facebook verrà meno il dibattito politico. La radicalizzazione qui si manifesterà per mancanza di dialogo, scavando fossati attorno le convinzioni personali. 

Gli episodi di Capitol Hill hanno senza dubbio assolto alla loro funzione mediatica. Nel concreto cosa comporteranno?

Di certo hanno toccato nel profondo la sinistra. Per quanto riguarda i conservatori, potrebbero rivelarsi più moderati delle previsioni, dunque condannare l’assalto al Campidoglio e scaricare definitivamente l’ex-presidente. Non escludo però che Trump e il suo entourage riescano a trasformare gli episodi del 6 gennaio scorso in un racconto di rivalsa che parla dritto al cuore della sua base. Il giorno in cui i patrioti si sono sollevati per stanare l’establishment arroccato a palazzo. Non hanno cambiato nessun equilibrio, ma dal punto di vista narrativo equivale a una vittoria.

Cosa attende Trump e il trumpismo?

C’è da vedere se Trump verrà inquisito. Io non credo, perché la decisione di rivalersi sulla sua persona condurrebbe a disordini sullo stile di Capitol Hill ma elevati a potenza. Se non venisse messo fuori gioco dai giudici, potrebbe prendersi il partito. In America esistono primarie per qualsiasi carica pubblica, e l’endorsement di Trump peserebbe di sicuro. In quest’ottica non escludo un repulisti della vecchia guardia del Gop a beneficio di una nuova generazione di trumpisti. In fondo si è già verificato nelle primarie di Georgia e Colorado per scegliere i candidati alla Camera.

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