Vi presento Michela Morsa. La positiva

Michela Morsa, romana del Trullo, è nata nel 1997. Un’antipatia esplicita per i numeri e la loro grammatica l’ha fatta laureare in Lettere Moderne. E dichiara che «la passione per il giornalismo c’è da sempre».

Con le idee chiarissime su cosa “fare da grande”, meno ovvio è stato decidere dove progettare il suo futuro professionale. Sicché, nonostante l’alta velocità disegni una linea retta tra la capitale e Milano percorribile in poche ore e più volte al giorno, Michela è approdata alla Walter Tobagi dopo varie tappe di un percorso mentale un po’ contorto, a tratti contraddittorio, eppure logico: un’avventura esplorativa priva di naufragi, guidata dall’apertura di vedute che contraddistingue il giornalista in erba.

Per motivi geografici, la sua prima scelta è ricaduta sul Master in giornalismo offerto dalla Luiss, ma l’ipotesi è decaduta subito, per incompatibilità tempistiche. Con Roma fuori dai giochi, il piano A di Michela faceva rotta su Perugia, preferita a Milano, il piano B, per questioni economiche. In attesa dei risultati dei test di ammissione, però, l’internazionalità del capoluogo meneghino, con le sue attrattive, e la reputazione della scuola di giornalismo della Statale, sono bastate per ribaltare il tavolo. «Diciamo che il piano B è diventato il piano A», spiega Michela: «Così, una volta ammessa a Milano, non ho avuto dubbi».

Come gran parte della classe, Michela è stata nella sede di Sesto San Giovanni solo per sostenere gli esami di selezione e descrive il Master a Distanza con una sintesi estrema, efficace, e piuttosto insolita per chi dichiara di avere in odio la matematica. Le bastano due parole: Sofferenza e fomento.

Sofferenza fisica: Michela non riesce a stare ferma sul posto. Dunque col passare delle ore, anche il comodo divano del salotto, stanza che ha colonizzato dall’inizio del Master, si trasforma in una branda delle torture.

Il fomento invece è mentale. Lo tsunami di consegne, informazioni, piattaforme e attività quotidiane alle quali è esposta ogni giorno rappresentano uno stimolo continuo e, in un certo senso, anche una zona di conforto visto che Michela, che si autodefinisce «procrastinatrice patologica», lavora bene solo sotto pressione.

Della distanza, Michela coglie anche un aspetto positivo, ovvero la possibilità di esserci e scomparire allo stesso tempo. «Se al mattino la mia telecamera è spenta, significa che sono ancora a letto», sdrammatizza. Del resto la capacità di vedere il bicchiere mezzo pieno è un tratto distintivo della sua personalità, e per assecondare questa sua naturale inclinazione scrive qualcosa di buono ogni giorno. Seguite il suo blog per tirare fiato tra un Dpcm e l’altro.

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